Paternò — In un clima da dopoguerra sportivo, tra tensioni, proteste e polemiche sedimentate nelle ultime settimane, il Paternò ha trovato la via più semplice e insieme più difficile per cambiare verso: vincere. Al “Falcone Borsellino”, riabbracciato dopo un percorso amministrativo non banale e in una giornata in cui l’incasso è stato destinato in beneficenza, i rossazzurri di Corapi piegano la Vigor Lamezia 1–0 grazie a un gol di Lucca al 46’. Tre punti che valgono più della classifica: misurano il carattere, restituiscono fiducia, rimettono il pallone al centro della scena.
La cronaca è quella delle partite che, a rileggerle, raccontano più vite. La Vigor si presenta con l’aria di chi ha già capito quanto pesino le trasferte, e in avvio prova a togliere luce agli avversari: dopo neanche sessanta secondi Tandarà si ritrova davanti a Branduani con la chance che sposta i pomeriggi. Il pallone finisce fuori, il “Falcone Borsellino” tira il primo sospiro e capisce che non sarà un esordio in carrozza. Il Paternò, scampato il prologo amaro, si rimette in cammino: al 4’ D’Aloia esplora la soluzione dalla distanza senza pescare la porta, al 7’ Ambrogio prova il numero dalla media ma Verdosci legge e blocca, al 17’ Boulahia stacca bene ma alza troppo la mira.
Poi, come spesso succede quando una squadra è in cerca di sé stessa, la gara entra in una fase di studio. Ritmi frenati, linee accorciate, pochi rischi e qualche accenno di verticalità che si spegne sulle coperture preventive. La Vigor, col 3–5–2 disegnato da Foglia Manzillo, prova a trovare misure e coraggio sulle corsie con Colella e D’Anna, mentre nel cuore del campo Coppola e Marcellino si dividono compiti e fatica. La fotografia più nitida del primo tempo arriva però al minuto 45: cross arretrato di Luca (il più vivo dei biancoverdi nel finale di frazione) per Jungling, che arriva a rimorchio ma spreca da posizione colpevolmente favorevole. Due minuti di recupero, nessun altro sobbalzo. La sensazione è che la partita, per sbloccarsi, abbia bisogno di un gesto semplice e ben eseguito.
Quel gesto arriva subito, in apertura di ripresa, quando il cronometro non ha ancora fatto un giro completo. È il 46’: azione pulita sulla destra, palla messa dentro con i tempi giusti, Lucca anticipa l’intervento dei centrali e, con un tocco sotto misura, infila Verdosci. È il gol che cambia la luce del pomeriggio: accende la curva, libera il gruppo, restituisce al Paternò quel senso di padronanza che nelle ultime giornate si era perso tra rumor di fondo e punti lasciati per strada.
La Vigor reagisce bene e subito. Al 51’ (il sesto minuto del secondo tempo) Montebugnoli svetta su cross di Colella e scheggia il palo alla destra di Branduani: è un brivido lungo, il promemoria che la partita non è in banca. Poco dopo, sugli sviluppi di un angolo, nasce la mischia che Sansone prova a risolvere con una spettacolare rovesciata; il colpo è pulito, l’istinto pure, ma Branduani ci mette i guanti giusti e tiene in piedi il vantaggio. È l’intervento che pesa come un gol, perché in giornate così la differenza tra tre punti e uno spesso è nei dettagli.
Corapi intanto orchestra dalle retrovie un 3–4–3 fluido che in non possesso si compatta in un 5–4–1 essenziale. Di Fazio e Marchetti alzano e abbassano la linea con esperienza, D’Aloia alterna piede e gamba rimanendo sempre dentro la giocata, Ursino fa il pompiere dove serve e Fernandez porta metri e corsa nelle due fasi. In avanti, Jungling lotta tra i centrali, Ambrogio cerca spazi intermedi, Lucca si prende il palcoscenico e se lo tiene stretto. Al 67’ ancora lui, l’uomo della partita, ha la chance per il raddoppio in contropiede: strappa, si apre il tiro, il pallone si impenna e vola alto. Non è il 2–0, ma è il segnale che il Paternò non ha smesso di guardare la porta.
La Vigor, con il passare dei minuti, gioca la carta dell’orgoglio. Foglia Manzillo è costretto al primo aggiustamento già al 38’ del primo tempo con Curcio per Coppola, poi mette Spanò al 66’ e La Vecchia al 80’ per trovare gamba e idee nuove sulle catene laterali. La risposta del Paternò è nel corpo della squadra: linee corte, densità tra le linee, disponibilità al sacrificio, poca voglia di far diventare metafora le paure del recente passato. Si difende e, quando si può, si riparte.
Gli ultimi venti minuti sono un compendio di ciò che serve per portare a casa una partita: attenzione ai dettagli, fame sulla seconda palla, gestione intelligente del fallo “buono”. Al 83’ Marchetti decide che non c’è male a ricordare a tutti la qualità del suo destro: sassata da oltre trenta metri, Verdosci vola e mette in angolo. Sul corner di D’Aloia, Jungling stacca e manda alto di un niente. Ancora lui, qualche istante dopo, apre in campo aperto e sfiora l’angolo lungo, ma la palla scivola fuori. Il Paternò spreca, sì, ma lo fa rimanendo padrone del ritmo, senza concedere coraggio allo sfidante.
Sette i minuti di recupero, che al “Falcone Borsellino” non sono una condanna ma un esercizio di maturità. Corapi attinge dalla panchina: Gachangi prende il posto di Ambrogio al 63’, Kouassi rileva Boulahia al 70’, Di Maria entra al minuto 86’ per Lucca, applaudito di cuore da tutto lo stadio. Dall’altra parte, la Vigor prova la spallata finale con D’Anna e La Vecchia larghi a cercare il cross della vita, Montebugnoli e Sanzone che salgono su ogni palla inattiva. Ma la diga regge. Branduani comanda l’area con autorità, Di Fazio mura l’ultimo tentativo, D’Aloia e Ursino fanno legna lì dove la partita sporca ogni pallone. Al fischio di Diella, la gioia è liberatoria. Non è esagerata, è giusta.
Ci sono partite che valgono come sblocchi psicologici. Questa è una di quelle. Il Paternò, dentro un contesto rumoroso, ha scelto di farsi capire con il linguaggio più diretto: compattezza, lavoro di reparto, pochi fronzoli e molta concretezza. Ha sofferto nei rari momenti in cui la Vigor ha avuto inerzia, è stato cinico quando serviva esserlo, ha amministrato senza paura e senza precipitazione. E lo ha fatto nel giorno del ritorno a casa, con uno stadio riaperto grazie all’impegno congiunto di amministrazione e club, e con l’incasso devoluto in beneficenza: segnali che allargano lo sguardo oltre i novanta minuti, riannodano legami, rimettono la comunità al centro.
Dal campo restano alcune certezze e qualche appunto. La prima certezza ha un nome proprio: Lucca. Non solo il gol, ma una partita di generosità, tagli intelligenti, letture dei tempi giuste. La seconda si chiama Branduani: perché ci sono giornate in cui contano più le due parate pesanti che venti interventi ordinari, e il suo intervento sulla rovesciata di Sansone è un pezzo di risultato. Poi la linea — Di Fazio, Marchetti, D’Aloia — che ha concesso pochissimo dentro l’area, un dato che in Serie D fa curriculum. E in mezzo Ursino e Fernandez, a misurare gli spazi e a cucire gioco quando il pallone scottava.
Gli appunti riguardano tutto ciò che sta un metro prima del gol: la scelta della giocata negli ultimi sedici metri, la qualità del primo controllo quando si riparte in campo aperto, la cattiveria nel colpire quando l’avversario è sulle gambe. Oggi il Paternò ha prodotto abbastanza per raddoppiare; non l’ha fatto, e in un campionato stretto come questo può essere l’unica differenza tra una vittoria serena e un finale col fiato corto. È un buon “problema”, perché nasce dal creare. E i problemi che nascono dal creare sono quelli che si risolvono più in fretta.
Per la Vigor Lamezia, che incassa la terza sconfitta stagionale lontano da casa, il rammarico sta in tre episodi: l’avvio sprecato con Tandarà, il palo di Montebugnoli e la rovesciata frenata da Branduani. Squadra viva nelle sue ondate migliori, ma con un difetto di lucidità nei momenti in cui il punteggio si può piegare. Il 3–5–2 ha tenuto in piedi la partita, ma per invertire il trend esterno servirà una dose maggiore di cattiveria dentro l’area avversaria.
Il resto lo dice lo stadio. Tornare al “Falcone Borsellino” non è un vezzo, è un fatto culturale. Significa rimettere gente sulle gradinate giuste, accorciare le distanze emotive, far sentire ai giocatori che il calcio a Paternò ha un luogo che gli appartiene. Il ringraziamento pubblico del club all’amministrazione e a chi ha lavorato perché l’autorizzazione arrivasse in tempo per questa domenica non è un atto dovuto: è la fotografia di una comunità che, quando si muove nella stessa direzione, sposta davvero le cose. L’idea di devolvere l’incasso in beneficenza dà alla giornata un contorno che non si misura a punti ma a senso.
Alla fine restano un risultato, un respiro e una promessa. Il risultato è un 1–0 che muove la classifica e, soprattutto, il morale. Il respiro è quello di uno spogliatoio che si guarda e si riconosce: non sarà tutto perfetto, ma la strada è quella. La promessa è implicita: ripartire da questo mattone per costruire una casa più solida, una prestazione alla volta. Oggi il Paternò ha rimesso la prima. E la sensazione, tornando verso casa, è che il motore abbia finalmente cambiato rumore.



