Favara — Al “Bruccoleri” finisce senza reti, ma non senza storie da raccontare. La Gelbison torna a casa con lo 0–0 e un sospiro di sollievo; noi del Castrum Favara archiviamo un pari che lascia la sensazione forte di aver fatto qualcosa in più per prendersi l’intera posta. Il primo tempo, soprattutto, ha avuto un padrone riconoscibile: i padroni di casa. Territorio, coraggio, tre palle-gol vere e un legno tremendo su punizione di Tripicchio che ancora rimbomba sulla traversa. Poi, nella ripresa, la gara s’è imbruttita come spesso accade quando l’agonismo sale e il cronometro corre: più contrasti che trame, più duelli che rifiniture, una fiammata ospite con Ferreira e poco altro. Il tabellone resta fermo, l’identità no: il Castrum continua a crescere nel suo modo, e questo conta quasi quanto i punti.
La fotografia iniziale dice molto del pomeriggio. Siamo partiti con la testa giusta, alti sul campo, compatti nel tenere corta la squadra e nel risalire palla a terra. Le corsie hanno dato subito ossigeno, il giro palla ha trovato linee pulite tra le mezzali e gli esterni, la Gelbison è stata costretta a pensare più a proteggersi che a costruire. La prima grande occasione arriva presto: combinazione sul lato forte, fallo guadagnato ai venticinque metri, Tripicchio sistema la sfera e disegna una traiettoria che scavalca la barriera e bacia in pieno la traversa. È il segnale che la porta c’è, che la squadra sente l’odore del gol e che l’inerzia è nelle nostre mani.
Non è stato un episodio isolato. Nel primo tempo abbiamo creato altre due situazioni nitide, entrambe figlie della nostra pressione organizzata e della capacità di ribaltare l’azione con pochi tocchi. La prima nasce da un recupero alto: ri-aggressione immediata dopo la perdita, verticalizzazione secca, conclusione che sfiora il palo con il portiere battuto. La seconda è un taglio alle spalle del terzino avversario che libera il cross dal fondo: palla tesa all’indietro, arrivo in corsa, il tiro è strozzato di un nulla. È in questi dettagli — la qualità dell’ultimo passaggio, la scelta del tempo in area — che è mancato il centesimo per fare un euro.
La Gelbison, dal canto suo, ha scelto di aspettare. Mister Imperio Carcione ha cambiato qualcosa nello scacchiere: mediana rinfrescata, Liurni confermato con Piccioni al suo fianco, Ferreira inizialmente in panchina. Scelte che hanno avuto senso soprattutto dopo l’intervallo, quando gli ospiti hanno trovato più gamba per alzare le uscite e per farsi vedere con continuità nella nostra metà campo. Il primo tempo, invece, è stato sbilanciato. Abbiamo tenuto il baricentro un passo avanti, abbiamo difeso in avanti e siamo stati bravi a sporcare i loro primi passaggi, costringendoli spesso al lancio lungo. Quando si gioca così, il rischio è concedere una transizione; non l’abbiamo praticamente mai corso, segno che le coperture preventive hanno funzionato.
La ripresa ha raccontato una partita diversa. I cilentani sono cresciuti, anche grazie ai cambi. Il ritmo s’è fatto spezzettato, la gara s’è indurita nei contrasti e, per lunghi tratti, è mancata la pulizia nelle uscite che aveva caratterizzato la nostra prima frazione. Nel complesso, però, la struttura è rimasta: linee corte, densità centrale, esterni pronti a scappare alle spalle. L’occasione più chiara è stata loro: palla in verticale per Ferreira, entrato con la voglia di spaccare il match; l’attaccante brasiliano prende campo, si presenta in zona tiro, ma al momento di chiudere il destro manca la lucidità che separa il gol dall’occasione. È il brivido più grande corso nel secondo tempo, neutralizzato dalla lettura del nostro portiere e dalla chiusura della linea.
Da cronista che vive il Castrum dall’interno, la mia lente si posa su tre temi.
Il primo è la personalità con cui ci siamo presi il primo tempo. Non è scontato, contro un avversario organizzato e con giocatori esperti, imporre ritmo e territorio, costruire tre palle-gol pulite e costringere la difesa altrui a rincorrere. È un segnale di maturità: la squadra sa cosa vuole fare col pallone e senza, riconosce i momenti della gara, si alza e si abbassa in blocco.
Il secondo è la qualità dell’ultimo metro. Quando si gioca bene e si arriva quattro, cinque, sei volte sui sedici metri, il conto alla fine lo fa l’efficacia: una scelta in più o in meno, un controllo orientato anziché uno stop piatto, un tiro di prima anziché uno stop&tiro. Oggi ci è mancato quel tocco di cattiveria tecnica che trasforma un legno in un boato, una palla sporca in un gol sporco — che spesso, in partite così, è il modo più onesto di sbloccarla.
Il terzo è la tenuta mentale nei quaranta minuti finali. La gara si è incattivita, il cronometro ha iniziato a mangiare fiducia, l’avversario ha cambiato pelle: non ci siamo disuniti. Siamo rimasti dentro il piano gara, abbiamo rischiato poco, abbiamo avuto la pazienza di aspettare la nostra occasione senza sbilanciarci. Non è poco. È una base su cui costruire, perché i campionati si vincono o si scalano anche tenendo il punto quando la serata non si piega.
Qualche riga se la merita anche l’arbitraggio: ha lasciato correre abbastanza, scelta coerente con la fisicità del match. In Serie D il confine tra contrasto e fallo è sottile; far correre quando si può aiuta lo spettacolo, a patto che la misura resti. Oggi la misura c’è stata.
E la Gelbison? Squadra solida, che sa stare in campo. La crescita nella ripresa è figlia di un piano B semplice e pratico: più pressione sui nostri mediani, più seconde palle in zona centrale, qualche forzatura in avanti per sporcare il ritmo. Hanno avuto la palla per vincerla con Ferreira: non l’hanno sfruttata. In trasferta, quando non prendi gol e capitalizzi l’unica vera chance, porti via i tre punti; quando non capitalizzi, lo 0–0 è il risultato più logico. Per loro è il secondo pari di fila, muove la classifica e tiene lì la zona alta. Per noi è un mattone messo al posto giusto.
Lo sguardo in avanti dice che da partite così si esce più consapevoli. Il clean sheet è un patrimonio da non disperdere: significa che il blocco difensivo lavora, che i meccanismi tra centrali, esterni e mediani reggono anche quando l’avversario alza la pressione, che sulle palle inattive — a parte la nostra punizione sulla traversa — abbiamo concesso zero. Davanti, invece, serve continuità nel creare e un pizzico di cinismo in più nel convertire. Niente rivoluzioni, solo la precisione chirurgica che separa l’“abbiamo giocato meglio” dall’“abbiamo vinto”.
Rimane infine il capitolo emozioni, che nel calcio non è un vezzo ma la materia prima. Il “Bruccoleri” ha accompagnato la squadra nel modo giusto: calore senza isterie, applausi ai tentativi, un boato strozzato in gola quando la traversa di Tripicchio ha detto no. Sono serate che, a fine stagione, fanno la differenza nella memoria e nel punteggio. Perché danno fiducia, cementano il patto tra tribuna e spogliatoio e ricordano che la strada è quella giusta, anche quando il tabellone recita zero.
Lo 0–0, insomma, non è un pareggio muto. Parla, eccome. Dice che il Castrum Favara ha un’identità riconoscibile, che sa imporla per lunghi tratti contro avversari attrezzati, che difende con ordine e attacca con idee. Dice anche che per salire ancora di livello servono dettagli: una scelta di più, un tocco di meno, dieci centimetri sotto la traversa. Dettagli che stanno in allenamento e nei giorni che separano una domenica dall’altra. La classifica si costruisce così, un passo dopo l’altro, senza cedere alla tentazione dei titoli facili.
Oggi, dal nostro taccuino, esce una riga chiara: buona prestazione, risultato stretto, squadra in crescita. E il gol, siamo pronti a scommetterci, arriverà. Magari alla prossima, quando il calcio deciderà che quel legno di Tripicchio gli è rimasto sullo stomaco e ci restituirà, con gli interessi, quello che gli abbiamo lasciato.



