Acireale — Il calcio, alle volte, sta tutto in un attimo: una palla che resta viva, un controllo pulito, un colpo deciso mentre il cronometro si piega verso il novantesimo. Al “Tupparello”, sotto una tribuna centrale punteggiata da poche centinaia di spettatori e con le curve vuote per lo sciopero del tifo, la Sancataldese ha afferrato il suo punto proprio così, in zona Cesarini, grazie a Giorgio Viscuso. Classe, coraggio e istinto di chi sente la maglia addosso: il ragazzo di San Cataldo, prodotto del vivaio verdeamaranto, aveva già firmato contro il Messina; ad Acireale ha concesso il bis, fissando l’1–1 e regalando alla sua squadra un pareggio di sostanza e simboli.
La partita ha avuto due volti. Il primo tempo è scivolato via su binari di equilibrio, duro ma leale, con entrambe le squadre attente a non concedere profondità e a cercare il varco giusto sulle corsie. L’Acireale ha provato a governare il possesso con baricentro prudente, la Sancataldese ha risposto con ordine difensivo e qualche ripartenza capace di allungare la linea granata. Si è giocato molto tra le seconde palle e le uscite sul lato forte, pochi tiri puliti, tanti duelli a metà. L’inerzia si è rotta dopo l’intervallo, quando il copione ha cambiato tono e ritmo.
Nella ripresa l’Acireale è partito con un piglio diverso, sospinto dall’esigenza di mettere fine a una carestia di risultati che pesa, e dall’energia mentale del primo giorno pieno con Peppe Pagana in panchina. Il grido è arrivato dal ritorno di Mattia Gagliardi: reduce dall’infortunio, il fantasista ha battezzato il rientro con il primo gol in granata di questo campionato. Una giocata da uomo tra le linee, esecuzione secca e stadio che per un istante ha ritrovato voce e memoria, come se la partita potesse finalmente mettersi in discesa. È stato un vantaggio meritato nella lettura del momento: Acireale più verticale, più presente sulle seconde palle, più puntuale nell’attaccare lo spazio tra terzino e centrale.
La Sancataldese non si è scomposta. Qui sta il cuore della sua serata. Sospinta dal suo gruppo organizzato — i “Neuropatico”, encomiabili anche a chilometri da casa — la squadra ha continuato a giocare con idee chiare: linea corta, densità centralmente, ampiezza cercata quando il campo lo consentiva e, soprattutto, la pazienza di restare dentro la gara anche quando l’inerzia sembrava schiacciarsi verso i granata. È stato un lavoro di cucitura: le mezzali sono rientrate a raddoppiare, gli esterni hanno scelto con attenzione quando alzarsi, la prima pressione ha provato a indirizzare l’uscita palla avversaria su corridoi meno pericolosi.
Il pareggio all’88’ è il premio per questa disciplina. L’azione nasce da una palla riconquistata e rimessa immediatamente in verticale, con la linea dell’Acireale non perfettamente allineata. Il resto lo fa Viscuso: attacco convinto della zona luce, controllo di prima intenzione e zampata che gonfia la rete sotto il settore occupato dai tifosi verdeamaranto. È un gesto tecnico semplice e insieme definitivo, di quelli che cambiano una classifica e un’umore. La reazione dei compagni spiega il resto: abbraccio di gruppo, panchina in campo, lo sguardo di chi percepisce che un punto, oggi, vale più di un pari qualsiasi.
La fotografia attorno al campo, intanto, racconta un’altra partita. L’“Aci e Galatea”, come qualcuno continua a chiamare lo stadio in zona Tupparello, offre una cornice depressa: curve vuote per protesta, tribuna centrale che si riempie senza convinzione. È la conseguenza di una frattura profonda tra piazza e società e del peso di una classifica che continua a farsi pesante. Due punti in sei gare sono un sussurro diventato allarme, e il cambio in panchina — l’arrivo di Pagana — non può per definizione produrre miracoli immediati. L’Acireale oggi ha avuto meriti: sbloccare in fretta, difendere con ordine per lunghi tratti, affidarsi all’estro del suo fantasista rientrante. Ma gli è mancata la cattiveria del colpo del ko e, nei minuti finali, quella lucidità gestionale che fa la differenza tra tre punti e uno solo.
Dall’altra parte, la Sancataldese ha fatto la partita che doveva. L’obiettivo dichiarato è la salvezza, e il modo di andarci incontro passa da giornate come questa: umiltà nella lettura, carattere quando c’è da stringere i denti, determinazione nel prendersi ogni centimetro a disposizione. A livello tattico la squadra ha saputo allungare i tempi dell’Acireale quando serviva e accorciarli quando i granata provavano ad alzare il volume, ha protetto bene il corridoio centrale e ha saputo ripartire senza perdere il filo. In una Serie D dove l’agonismo è spesso la misura del talento, questo tipo di prestazioni costruisce identità e punti.
Non è stata, sia chiaro, una gara scintillante sul piano del gioco. Il primo tempo ha offerto più contrasti che trame, la ripresa si è accesa per episodi e si è spenta e riaccesa seguendo i nervi e le scelte dei singoli. Ma proprio qui è emersa la differenza tra una squadra che sta provando a scalare una classifica grigia e una che ha il dovere di restare aggrappata ogni domenica al proprio orizzonte. La Sancataldese ha capitalizzato l’unica vera palla “pesante” costruita nella parte finale; l’Acireale, davanti al proprio pubblico, ha perso per strada tre punti che avrebbero avuto un peso specifico enorme. La legge non scritta del calcio resta quella: quando tieni la partita aperta, l’ultima parola non è mai garantita.
Al di là del tabellone, le storie individuali si intrecciano con quelle collettive. Gagliardi si riprende campo e gol dopo lo stop, Viscuso si prende un pezzo in più di squadra con una firma da ragazzo di casa che sente la responsabilità senza temerla. Per la Sancataldese è anche la conferma che il vivaio non è una parola da brochure ma un investimento che torna: i prodotti interni, messi nelle condizioni giuste, spostano. Per l’Acireale, invece, la lezione è quella che ogni allenatore ripete a ottobre: costruire richiede tempo, ma la classifica non aspetta; e senza il calore delle curve, senza il contatto con la gente, il “Tupparello” perde un pezzo della sua identità. Reinnamorarsi della squadra passa anche dalla voglia della squadra di farsi seguire.
La chiusura è nei numeri e nel calendario. Il pari muove di poco la classifica granata, che continua a raccontare una squadra impantanata nella parte bassa, ancora alla ricerca della prima vittoria. Per la Sancataldese è un mattoncino messo dove serviva: fuori casa, contro una rivale prestigiosa, all’ultimo giro di orologio. Sarà una settimana interessante per entrambe. Pagana dovrà tenere insieme l’urgenza del risultato e la necessità di impartire principi non negoziabili; in verdeamaranto si tratterà di trasformare la spinta morale del pari in leggerezza tattica, perché difendersi bene e colpire tardi funziona, ma a patto di saper scegliere anche quando spingersi un metro più in alto e prendersi il rischio di chiudere prima.
Intanto resta l’immagine più nitida del pomeriggio: il pallone che bacia la rete e Viscuso che corre sotto la tribuna verso la macchia verdeamaranto, braccia larghe e compagni addosso. È il fotogramma che racconta perché certe domeniche, anche senza un pienone, anche senza fuochi d’artificio, restano. Perché in zona Cesarini, quando il calcio decide di essere letteratura, un punto vale come una carezza. E per la Sancataldese, oggi, è molto più di così: è un promemoria di chi è e dove vuole andare.



