La trasferta di Reggio Calabria lascia al Ragusa più domande che risposte. Al “Granillo” la Reggina si impone 2-0 e lo fa con una lucidità che indirizza la partita già nella prima mezz’ora, costringendoci a rincorrere senza mai riuscire a riaprirla davvero. Il risultato prende forma tra il diciannovesimo e il ventiseiesimo minuto del primo tempo, quando prima Di Grazia e poi il giovane Fomete trasformano in gol la superiorità territoriale amaranto, soprattutto sulla loro corsia sinistra. È lì che la gara, di fatto, si decide: l’asse Fomete–Porcino–Di Grazia trova spazi e tempi, mentre il Ragusa fatica ad accorciare con costanza e a raddoppiare nelle uscite laterali, finendo per pagare due sbandate che diventano ferite profonde.
La serata si era complicata già nel riscaldamento, con l’infortunio a Michele Esposito e la chiamata all’ultimo per Bonagura tra i pali. Entrare a freddo in uno stadio così non è mai semplice; il portiere risponderà più avanti con personalità, ma la partenza resta in salita. L’impatto della Reggina è quello di una squadra che, pur in emergenza offensiva, ha preparato con cura le linee di passaggio e i corridoi su cui far correre gli esterni. Dopo un primo avviso su palla inattiva, con Girasole alto di un nulla, arriva l’episodio che spacca la partita: Edera, appena subentrato all’omonimo Ragusa amaranto uscito per un problema alla spalla, riceve a destra e innesca il movimento interno di Correnti, la palla viaggia sul secondo palo dove Di Grazia si fa trovare con tempi perfetti e appoggia in rete. È il gol che piega la nostra linea difensiva e mette in discesa il pomeriggio della Reggina.
Sette minuti dopo, la seconda svolta. Fomete, classe 2005, prende campo a sinistra, salta l’uomo con una naturalezza che sorprende e calcia in diagonale dove Bonagura non arriva. In quel segmento la Reggina è padrona del lato forte, noi inseguiamo e non riusciamo a risalire con ordine. Il 3-5-2 di Lucenti chiede ai quinti di coprire molto campo, ma la mezzala di parte non sempre riesce a scivolare dentro per togliere tempo e spazio a chi porta palla. Ne nascono due situazioni fotocopia: ricezione esterna, sovrapposizione che trascina, rifinitura tesa sul secondo palo. Sono dettagli tattici, ma in campionati come la Serie D pesano quanto un colpo di genio.
A ridosso dell’intervallo la Reggina flirta anche con il tris su punizione, mentre il Ragusa prova a cucire qualcosa da fermo senza però trovare mai la traccia pulita per i due attaccanti. Si rientra dopo l’intervallo con Campanile e Rafele al posto di Sinatra e Capone, scelta che prova a dare più profondità e fisicità davanti. La risposta amaranto è immediata e avrebbe potuto chiudere la gara: Edera disegna il traversone, Girasole da due passi trova la parata d’istinto di Bonagura, sulla ribattuta Blondett calcia alto a porta quasi sguarnita. Sono gli ultimi minuti di vero affanno, perché poi il ritmo si abbassa, la Reggina gestisce con intelligenza e il Ragusa, pur alzando l’orgoglio, non riesce a incidere dove il calcio conta, dentro gli ultimi sedici metri.
La sensazione, vista da qui, è che il Ragusa abbia pagato due deficit precisi. Il primo riguarda l’uscita dal pressing: quando la Reggina ha alzato il baricentro su Bianco e Memeo, le nostre prime linee di passaggio si sono spente e siamo stati costretti a verticalizzare lungo. Le seconde palle, in quel contesto, sono finite spesso sui piedi di Mungo e Porcino, e ogni volta abbiamo dovuto rincorrere. Il secondo deficit è legato alla protezione delle corsie. D’Amore prima e Baumwollspinner poi hanno giocato una partita generosa, ma senza un raddoppio più costante della mezzala e senza l’anticipo aggressivo del braccetto, contro un esterno in fiducia come Fomete e un’ala nel suo piede “buono” come Di Grazia, l’uno contro uno ha finito per piegarci.
Non è tutto da buttare. Bonagura ha dato una risposta forte in una serata complicata, con due interventi che hanno tenuto aperta almeno aritmeticamente la contesa. Bianco ha tenuto la barra dritta in mezzo al campo nonostante l’ammonizione, cercando di spezzare i ritmi e di accompagnare quando possibile. Anche i cambi hanno portato gamba; è mancata però la presenza in area nel momento in cui qualche pallone laterale finalmente è arrivato. In una gara con poche opportunità, l’unico cross “giusto” va aggredito con ferocia; ieri non è accaduto.
C’è poi un dato emotivo che non va trascurato. Il “Granillo” resta uno stadio in cui l’inerzia pesa, e la Reggina — pur arrivando da settimane complicate — l’ha fatto valere con mestiere. Ha vinto i duelli quando contava, ha saputo abbassare il volume del match nel secondo tempo senza mai rinunciare alla terza rete, ha sfruttato bene la spinta dei giovani e la qualità dei “grandi”. A noi è mancato il colpo che cambia la corrente, nonostante gli aggiustamenti dalla panchina. È un limite che si allena: più coraggio nella prima costruzione, più densità attorno al portatore, più cattiveria nella rifinitura. La differenza tra una sconfitta lineare e un punto strappato passa quasi sempre da lì.
Il verdetto, alla fine, è onesto. Ha vinto la squadra più pronta. Il Ragusa torna a casa con la consapevolezza di dover alzare il livello dei dettagli contro avversari di questa taglia, soprattutto nella lettura difensiva delle corsie e nella pulizia delle uscite. Non c’è spazio per drammi, la classifica è corta e le partite veramente alla portata arrivano adesso. Ma se vogliamo che il prossimo viaggio fuori dall’isola abbia un sapore diverso, la rotta passa da una parola semplice e difficile: precisione. Precisione nel raddoppio, precisione nel primo controllo quando si riparte, precisione nel colpire quando l’occasione capita. Il resto, talento e coraggio, questa squadra li ha. Ora deve portarli negli ultimi metri.



