C’è un momento, nel quarto tempo, in cui la pallanuoto smette di essere geometria e diventa volontà. Lì l’Ortigia ha trovato la sua prima vittoria in A1, 17–15 in casa della Rari Nantes Florentia, al termine di una partita veloce e spigolosa, piena di strappi e di contro–strappi, che si è sciolta soltanto quando i biancoverdi hanno imposto ritmo, letture e, soprattutto, personalità. È un successo che pesa perché arriva sei giorni dopo la batosta d’esordio col Quinto, e perché si consuma in trasferta, in una vasca tradizionalmente ostica, dove la Florentia è squadra capace di sfruttare ogni esitazione. Stavolta, invece, la cronaca racconta un’Ortigia diversa: più ordinata nella circolazione, meno impaziente nelle scelte, feroce nel proteggere il proprio vantaggio quando la partita si è incendiata.
Il punteggio, 17–15, dice già molto della natura del confronto: una partita “larga”, con tanti possessi, espulsioni frequenti come impone la nuova pallanuoto, fiammate individuali e momenti di difesa collettiva che hanno indirizzato il risultato. Nel bilancio finale spiccano due nomi, non per caso: Carnesecchi e Baksa. Insieme hanno firmato undici delle diciassette reti siracusane, dividendo i compiti come si fa nelle serate in cui un reparto offensivo trova all’improvviso la sua chimica. Il primo ha messo in mostra tutto il repertorio del tiratore moderno, dalla stoccata in diagonale alla soluzione frontale col braccio alto, alternando conclusioni veloci a pazienti attacchi al close–out del difensore. Il secondo ha giocato una partita da leader tecnico: tempi d’uscita perfetti, scelte lucide sul perimetro, un paio di assist che hanno rotto la pressione alta dei toscani e, quando serviva, il colpo di mano che spegne il pubblico di casa.
Non è stato, però, un assolo. L’Ortigia s’è presentata a Firenze con una ferita fresca e con la necessità di dare una risposta soprattutto a sé stessa. La fase iniziale, a dire il vero, non è stata la più dolce: la Florentia ha forzato il ritmo, ha provato a colpire in transizione e ha trovato un paio di situazioni utili sul lato debole, sfruttando letture non perfette in inferiorità dei siracusani. Sono stati minuti preziosi per capire il tono della serata e per registrare i riferimenti difensivi. Da quel momento in poi, la squadra di Stefano Piccardo ha allungato la difesa, ha mescolato zona e half–press, ha accettato la lotta ai due metri con maggiore fisicità e si è affidata alle mani di Domenico Ruggiero nei frangenti decisivi. Il portiere biancoverde, oltre le parate “visibili”, ha dato ciò che in panchina chiamano “sicurezza di palla”: uscite alte pulite, gestione dei rimbalzi lunghi, tempi giusti nel far ripartire l’azione senza forzare.
La differenza più evidente rispetto al naufragio d’esordio è stata però mentale. L’Ortigia non s’è scomposta quando la Florentia ha prodotto le sue mini–onde, non ha perso ordine quando è andata sotto, non ha avuto fretta nel ricucire. C’è stata una crescita narrativa dentro la partita, fatta di possessi più lunghi, di blocchi meglio portati, di rotazioni offensive in cui i cinque esterni hanno finalmente saputo creare superiorità con la palla e senza. In particolare, la seconda e la terza frazione hanno consegnato la sensazione di una squadra che ha ritrovato il suo alfabeto: la palla ha viaggiato più veloce del pressing, i cambi lato hanno aperto linee di tiro, il centro boa ha lavorato per gli altri quando non riusciva a girarsi fronte porta. Da quelle scelte sono nate le reti che hanno spostato inerzia e punteggio.
Resta, e Piccardo l’ha sottolineato a caldo, una criticità evidente: l’uomo in meno. È stata la vera spina nel fianco dell’Ortigia. Con regolamenti che favoriscono la quantità delle espulsioni, difendere bene in 5 contro 6 è diventato un’arte che non ammette cali d’attenzione. A Firenze, in più di un’occasione, il timing della salita del palo è stato tardivo, il movimento della mano in contrasto sul tiratore non ha coperto la linea ideale, il portiere è stato lasciato troppo spesso a scegliere “alla cieca” tra appoggio al primo palo e soluzione sul secondo. Il lavoro delle prossime settimane passerà da qui: recuperare automatismi, parlare la stessa lingua, accorciare i tempi tra il fischio dell’espulsione e il posizionamento perfetto dei cinque di campo. È il prezzo da pagare quando una squadra, rinnovata in molte pedine, deve ancora farsi corpo unico.
Equilibrio è la parola che l’allenatore ha imposto al dibattito. “Non eravamo scarsi una settimana fa, non siamo imbattibili stasera”, ha detto in sostanza. Il messaggio è semplice: la squadra è nel pieno del suo cantiere e ogni partita è un mattone, non un verdetto. Dentro questo quadro hanno un valore doppio le prestazioni dei singoli che, oltre il tabellino, hanno mostrato crescita caratteriale. Baksa, già citato, ha preso in mano i compagni nei time–out, ha suggerito letture dalla panchina anche quando riposava, si è caricato la squadra sulle spalle quando la Florentia, spinta dal pubblico, ha provato l’allungo. Carnesecchi ha giocato la sua gara più “pesante” in biancoverde: più responsabilità, più contatti, più scelte giuste sotto pressione. E poi Radic, che ha offerto minuti di sostanza tattica, facendo da cerniera tra perimetro e centro, sporcando linee di passaggio e portando blocchi “forti” che hanno liberato tiri puliti ai compagni.
Il capitano Sebastiano Di Luciano ha messo il timbro emotivo: lo si è visto alzare il volume della comunicazione di reparto nei momenti in cui la partita si spostava sul filo, leggere i tempi della superiorità senza forzare, farsi sentire con i direttori di gara per proteggere i suoi ai due metri. Sono dettagli che non entrano nei comunicati, ma che fanno la differenza quando mancano due minuti e il margine è un possesso. In quel frangente, l’Ortigia è stata squadra: ha cercato il fallo “utile”, ha gestito il cronometro dei 30” senza rinunciare a costruire un tiro di qualità, ha difeso l’ultimo minuto con la freddezza di chi non vuole più rivedere fantasmi.
Sul piano tattico, la vittoria è maturata anche perché i biancoverdi hanno saputo “rompere” la partita quando l’avversario provava a incanalarla sul proprio binario. La Florentia ha alternato pressione e drop, provando a sporcare la prima linea di passaggio e a inibire il gioco interno. L’Ortigia ha risposto con pazienza: ha cercato l’uomo in posizione tre quando il lato forte veniva chiuso, ha attaccato dall’angolo per costringere la difesa a scivolare dentro e liberare la conclusione dal perimetro opposto, ha usato bene i “flash” del centro per liberare spazio ai tiratori. Il risultato è stato un crescendo: gol costruiti, non improvvisati, e la sensazione, finalmente, di poter scegliere come e quando colpire.
La parte “sporca” del mestiere l’ha fatta, come spesso accade, chi non finisce mai in prima pagina. I difensori del primo palo hanno assorbito contatti duri, le seconde linee hanno tolto riferimenti alle mani dei tiratori, il lavoro in copertura sugli scarichi ha evitato gol “facili”. E quando la diga, inevitabilmente, si è incrinata, c’era Ruggiero. Le sue parate nella seconda metà di gara sono state più che decisive: hanno spezzato il momentum toscano e, soprattutto, hanno permesso ai compagni di respirare nei break più lunghi. In una partita da 32 reti, non è poco.
Questa vittoria, oltre i tre punti, porta in dote altro. Restituisce all’Ortigia una identità riconoscibile, ricostruisce fiducia in spogliatoio, rimette in moto il rapporto con il lavoro quotidiano. È un capitale prezioso, perché il calendario non regala respiro: sabato 18 ottobre arriva il Savona, una delle grandi, alla piscina “Paolo Caldarella” di Siracusa, e poi due trasferte contro Bologna e Roma che diranno molto del reale livello della squadra in questo inizio stagione. Presentarsi a questo trittico con una risposta forte, maturata fuori casa e gestendo la pressione del punto a punto, cambia l’aria.
Naturalmente, non tutto è risolto. La gestione dell’uomo in meno resta un’urgenza tecnica. La percentuale in superiorità, pur migliore, può crescere ancora giocando con un pizzico di imprevedibilità in più sulle due soluzioni “classiche” (tiro frontale e scarico all’ala), magari inserendo qualche chiamata rapida che sorprenda difese già “lettori” delle abitudini siracusane. Il contropiede va alimentato con più rimbalzi difensivi “puliti” e con il coraggio del primo passaggio lungo, perché questa squadra, quando corre, sa far male. E c’è da ricamare meglio il rapporto tra centro e perimetro, affinché il lavoro sporco ai due metri produca non solo falli ma anche tiri in ritmo per chi arriva da dietro.
Ma oggi, più di tutto, contava rialzarsi. E l’Ortigia l’ha fatto con una prova adulta, coraggiosa, finalmente coerente con il talento del suo roster. Il messaggio di Piccardo ai suoi è destinato a restare: niente euforia, niente depressione, solo lavoro. È anche così che si attraversano i mesi in cui si modella una squadra. A Firenze si è visto il primo passo vero: una vittoria “di pallanuoto”, conquistata con idee, mani ferme e cuore. In A1, non si chiede altro.



