La Meta Catania firma la seconda vittoria consecutiva e si prende il PalaCatania. Finisce 5-4 contro l’Ecocity Genzano al termine di una partita vibrante, segnata da un’espulsione pesante nel primo tempo e da un finale che ribalta i pronostici parziali. Turmena guida la rimonta con una doppietta, Drahovský riapre quando conta, Pulvirenti decide a trenta secondi dalla sirena. In porta Siqueira mette la firma invisibile che accompagnano i successi: parate, letture, carattere. Le assenze di Carmelo Musumeci, Timm e Dian Luka restano sullo sfondo; la Meta mostra di avere profondità e personalità, elementi che in apertura di stagione pesano quanto i gol.
L’avvio è subito cerebrale. Campo corto, contrasti veri, linee di passaggio ostruite. La scintilla che accende il primo tempo nasce dallo scontro fra Bocão e Barra. L’arbitro sceglie la linea dura: rosso diretto per il numero 14 rossazzurro. È una decisione che cambia il copione. Catania deve abbassare il baricentro, stringere il campo, rinunciare per qualche minuto alle corse lunghe e misurarsi con l’inferiorità. La squadra lo fa con ordine: Siqueira è reattivo sulla punizione dal limite di De Oliveira, il blocco centrale tiene il colpo, il pubblico diventa un mantice.
La partita però si sblocca dalla parte di Genzano. Taborda intercetta alto, strappa palla a Turmena e in diagonale trova l’angolo giusto: 0-1. L’onda ospite non si ferma e un minuto più tardi Canal ha la palla del raddoppio a porta spalancata; la difesa etnea si aggrappa a Silvestri, che salva sulla linea un gol già scritto. È il gesto che tiene la partita in equilibrio emotivo. Da lì in avanti la Meta riprende fiducia, risale di qualche metro, prova a cucire con Podda e a stuzzicare con Drahovský. Mammarella, dall’altra parte, risponde con due interventi d’autore. Sul finire di tempo, Canal prende il palo interno: legno che suona come un avvertimento, ma il primo tempo resta inchiodato sul vantaggio minimo di Genzano.
La ripresa cambia il ritmo e il linguaggio della gara. Catania torna dagli spogliatoi con un’idea semplice: alzare la qualità dei primi passaggi e farsi trovare pronta sulle seconde palle. La soluzione arriva su palla inattiva. Schema pulito, tempi giusti, sinistro chirurgico di Turmena. È l’1-1 che ridisegna la serata e rimette l’arena in piedi. La sensazione è che la squadra di Juanra abbia trovato il filo della partita: lo confermano un paio di imbucate di Podda, una conclusione sporcata di Silvestri, l’inerzia che si sposta di centimetro in centimetro.
Il futsal però vive di dettagli. Una concessione laterale, una marcatura saltata, un tiro sul primo palo. Micheletto coglie il momento e rimette avanti Genzano: 1-2. È una doccia fredda che dura giusto un giro di lancette. Turmena torna protagonista con un destro di controbalzo che punisce una palla vagante, 2-2. Lo scambio di colpi diventa il cuore del secondo tempo. Colini insisterà sul secondo palo, movimento classico della sua scuola: il taglio di Tonidandel sul lato cieco porta al 2-3 e rilancia gli ospiti. Sembra la spallata decisiva, non lo è.
Qui entra in scena Siqueira. Il portiere rossazzurro interpreta il ruolo da regista alto, esce oltre i nove metri, accorcia la squadra, indirizza la pressione. Da una sua aggressione nasce l’azione che riporta Catania al pari: palla rubata, verticalizzazione immediata, lettura corretta sul lato debole, conclusione di Drahovský. È il 3-3 che incendia il PalaCatania e sposta l’inerzia per la seconda volta nella serata. Genzano prova a rispondere con il power play, la Meta non arretra. La circolazione ospite è paziente ma non trova linee pulite: gli etnei chiudono il centro e leggono bene i cambi lato. La sensazione è che l’episodio sia dietro l’angolo, e infatti arriva. C’è un pallone lungo che attraversa il campo e finisce in porta nella confusione di un finale sporco; l’albo dei marcatori ufficiale non accredita la rete a Siqueira, pur riconoscendogli un ruolo centrale nella fase che porta al sorpasso momentaneo. Il dato che conta, a quel punto, è che la Meta vede per la prima volta il vantaggio a portata di mano e ci crede.
La partita, comunque, non è finita. Canal approfitta di una disattenzione su un cambio marcatura, attacca lo spazio alle spalle della linea e pareggia a due minuti dal termine. È l’ennesimo colpo di scena di una gara che rifiuta gerarchie. A trenta secondi dalla sirena Juanra chiama il power play con coraggio. La gestione è lucida, la circolazione non forza, la ricerca del secondo palo è metodica. Il pallone buono capita sul destro di Pulvirenti, tocco semplice, porta spalancata. È il 5-4 che resta sull’elettronico fino alla sirena, con il PalaCatania a scattare in piedi come se fosse maggio.
Il risultato dice molto più di tre punti. Dice che questa Meta Catania ha imparato a soffrire senza perdere struttura, che può nascondere le sue assenze dentro un sistema riconoscibile e che i suoi uomini chiave sanno prendersi la scena nel momento opportuno. Dice anche che il fattore campo, in una Serie A che si preannuncia densa di equilibrio, può diventare un moltiplicatore. Gli oltre duemila del PalaCatania incidono non solo sull’adrenalina, ma sulla scelta delle giocate, sui tempi di una pressione, sull’energia di un recupero palla. La differenza tra un possesso conservativo e una verticalizzazione rischiosa a volte nasce da un rumore.
Genzano esce sconfitto ma non ridimensionato. La squadra di Colini ha qualità riconoscibile, automatismi che funzionano, un portiere come Mammarella capace di tenere viva la partita nei momenti più difficili. Il gioco sul secondo palo resta un’arma letale che obbliga gli avversari a non staccare mai il corpo dal proprio uomo. Se c’è un rimprovero è nella gestione degli ultimi possessi: piccoli dettagli, certo, ma le stagioni si costruiscono anche nell’amministrare una palla con dieci secondi da giocare.
Dal punto di vista tattico, la fotografia della serata è quella di una squadra, la Meta, capace di traslocare il proprio baricentro a seconda del bisogno. Bassa e ordinata nell’inferiorità del primo tempo; più alta e aggressiva nella ripresa, quando la scelta di utilizzare Siqueira come uomo in più ha aperto linee di passaggio che non c’erano. Le palle inattive hanno fatto il resto, con uno schema semplice ma eseguito con tempi e precisione: in un campionato in cui le differenze sono spesso millimetriche, la rifinitura dei dettagli è un capitale.
Restano da limare le solite fragilità di ottobre: qualche esitazione sul secondo palo, qualche rimbalzo sporco concesso all’altezza del tiro libero, un paio di letture in transizione negativa. Ma sono peccati veniali rispetto alla consistenza mostrata. La doppietta di Turmena segnala una leadership tecnica che va oltre il gesto; la capacità di Drahovský di ritrovarsi nel momento di massima temperatura emotiva dice molto della sua fibra; il colpo di Pulvirenti in chiusura certifica che dalla panchina arrivano risorse vere.
Il tabellino fotografa la sequenza di un racconto che non ha bisogno di effetti: per Genzano segnano Taborda, Micheletto, Tonidandel e Canal; per la Meta vanno a bersaglio Turmena (due volte), Drahovský e Pulvirenti. Le ammonizioni toccano Micheletto, Barra e Sacon; l’unico espulso è Bocão, un episodio che avrebbe potuto spostare la serata e che invece la Meta ha metabolizzato con maturità. Il dato tecnico più evidente è nella resilienza: tre volte sotto, tre volte capace di rimettersi in carreggiata, fino a sorpassare all’ultimo tornante.
Quando la sirena spegne la notte del PalaCatania, resta l’immagine di una squadra che sa reggere le onde e sfruttare l’inerzia. È un patrimonio che vale non solo in classifica ma anche nel lavoro settimanale: alimenta convinzione, protegge dal dubbio, costruisce gerarchie interne sane. Il campionato è ancora giovane, ma certe vittorie contano doppio perché insegnano chi sei. La Meta Catania, almeno stasera, è una squadra che sa scegliere il momento giusto per prendersi la partita.



