Catania — Il Massimino ritrova il sorriso dopo un mese di rincorsa e interrogativi. Il Catania di Mimmo Toscano si riprende il derby e la propria misura battendo il Siracusa 2–0, risultato lineare e coerente con una partita che i rossazzurri hanno controllato fin dai primi minuti, pur attraversando — soprattutto a inizio ripresa — una fase di fisiologico affanno. Segnano Gabriel Lunetta al quinto minuto e Mario Ierardi al sessantaquattresimo, due firme che fotografano bene l’indirizzo della serata: l’attaccante “fluido” che si muove tra le linee e apre il campo, il difensore goleador che quest’anno ha già imparato a farsi trovare dove di solito non si immaginerebbe.
Il derby nasce dentro un contesto preciso. Toscano cercava una prova di maturità dopo quattro giornate con appena tre punti raccolti; Turati, dall’altra parte, inseguiva solidità e un punto di riferimento per una neopromossa che deve ancora far sedimentare gerarchie e automatismi. La sceneggiatura si chiarisce subito. Catania si dispone con il 3–4–2–1 che è diventato il suo abito base: Dini tra i pali; terzetto difensivo con Ierardi, Di Gennaro e Celli; quinti larghi Casasola e Donnarumma; dentro al campo Quaini e Di Tacchio; due riferimenti tra le linee, Jimenez e Cicerelli, alle spalle di Lunetta chiamato a vestire i panni del nove mobile. Il Siracusa risponde con un 4–2–3–1 razionale: Farroni in porta; linea difensiva Puzone–Sapola–Pacciardi–Iob; mediana di contenimento con Gudelevicius e Candiano; sulla trequarti Parigini, Limonelli e Valente a rifinire per Contini, riferimento avanzato.
L’avvio racconta perché il calcio, alle volte, somiglia a una questione di dettagli prima ancora che di piani. Al quinto minuto, su una palla persa in costruzione dal Siracusa, Di Tacchio è il primo ad arrivare forte sul contrasto e a liberare la traiettoria verso la trequarti. Il pallone carambola in zona centrale, Lunetta legge mezzo secondo prima degli altri la profondità, attacca lo spazio alle spalle dei centrali e si presenta davanti a Farroni con il tempo giusto per l’apertura di piatto: 1–0. È un’azione semplice, quasi didattica, che mette in fila tre principi che Toscano chiede da sempre: aggressione immediata dopo la perdita, verticalità quando si apre il corridoio, attaccante capace di trasformarsi in corridore. Il gol orienta l’inerzia e sgombra l’aria.
Da lì in avanti il primo tempo fila via su un canovaccio abbastanza costante. Il Catania resta corto, prova a tenere la palla quando c’è l’opportunità di respirare e, soprattutto, a colpire sugli sbilanciamenti del Siracusa. Jimenez si accende a intermittenza, ma quando trova metri per alzare la testa porta sempre un minimo di disordine nella linea ospite. Cicerelli, in cotone e acciaio, miscela conduzioni e pausa e diventa il perno creativo da cui passano quasi tutte le scelte utili. Sulle corsie, Casasola lavora come un pendolo: l’uscita alta in pressione si alterna con la copertura in diagonale, e sulle ripartenze è spesso lui a gestire il primo passaggio “buono”. Donnarumma accompagna con generosità, e quando trova la linea di cross al ventottesimo pesca l’inserimento di Cicerelli sul secondo palo: è una frazione di secondo, l’attimo in cui il pallone scorre un dito oltre la suola e sfila a lato. Poco dopo Lunetta, ancora lui, si costruisce la chance del raddoppio: controllo, coordinazione rapida, conclusione che Farroni capisce e respinge con mestiere. Gli episodi arbitrali — un check per un possibile rosso in un contatto a palla lontana, più tardi un episodio da area che non convince Toscano e la sua panchina — restano sullo sfondo. Gauzolino lascia correre dopo i consulti: la tecnologia conferma il campo e la partita riparte senza strappi.
Il Siracusa, nel frattempo, prova a costruirsi un dialogo con la gara. Limonelli cerca la conclusione dal limite poco dopo la mezz’ora e trova la deviazione di Di Tacchio che alza il pallone oltre la traversa; Parigini disegna due mezze tracce sulle quali però né Valente né Contini riescono ad arrivare con i tempi giusti. Non è una squadra arrendevole quella di Turati, ma è una squadra che fatica a uscire con ordine quando Catania accorcia e intasa le linee di passaggio centrali. In mezzo arrivano anche i primi cartellini che cambiano il linguaggio dei contrasti: Quaini si prende un giallo al ventiduesimo ed è un segno da non sottovalutare, perché costringe il mediano a una gestione più prudente dei duelli; a parti invertite, Candiano finisce sul taccuino poco dopo, episodio simmetrico che racconta la durezza crescente dei duelli. La frazione si chiude sull’1–0 con un’altra occasione rossazzurra: Casasola alza da destra un cross teso, Lunetta si stacca dal marcatore e trova il tempo per lo stacco, ma il colpo di testa non abbassa abbastanza la traiettoria. All’intervallo il vantaggio minimo è proporzionato al volume prodotto.
Toscano rientra togliendo Quaini e inserendo Corbari, scelta logica per non rischiare l’inferiorità in una zona nevralgica. L’aggiustamento dà più tono al centro e aiuta a schermare le prime uscite del Siracusa, che comincia la ripresa con qualche metro in più di coraggio. Se c’è un momento in cui il derby potrebbe cambiare verso, è in questa mezz’ora. Gli ospiti alzano le pressioni situazionali, provano a guadagnare falli e calci piazzati, si affacciano con più continuità in zona di rifinitura. Farroni, dall’altra parte, resta tra i migliori, perché il Catania ogni volta che rompe il primo fronte trova l’area con tre o quattro uomini e costringe il portiere a due interventi d’istinto su sfondamenti di Cicerelli. Turati mette dentro Molina per Parigini al sessantesimo alla ricerca di freschezza e diversa postura sulla trequarti. È però un momento in cui il Catania, pur con i giri più bassi, non smette di occupare gli spazi come li chiede il suo allenatore: linee corte, aggressione sulla seconda palla, immediatezza nel giocare in avanti quando si riconquista.
Il raddoppio arriva così, naturale, quasi per logica interna della gara. Minuto sessantaquattro: il Siracusa ha appena finito un’azione insistita che non trova sbocchi, la palla esce dalla zona calda, Cicerelli legge con anticipo il contro-tempo della difesa e alza il pallone sull’uscita. Sul limite, in posizione fronte porta, compare Ierardi. È il centrale che non ti aspetti lì, ma Toscano glielo chiede da settimane: accorciare il campo, tenere corta la squadra anche nelle seconde palle di rifinitura. Il destro è pulito, la palla scappa dal traffico e si infila a mezza altezza, dove Farroni non può arrivare: 2–0. È il terzo centro in campionato del difensore, un’abitudine che se confermata cambia di molto il valore aggiunto della linea arretrata in fase offensiva.
Da quel momento la partita scivola dentro una gestione che Catania interpreta con maturità, pur senza smettere di cercare il colpo del ko. Toscano cambia le punte dei suoi spilli: fuori Jimenez e Lunetta, dentro Raimo e Caturano. L’effetto è immediato. Raimo entra con la testa giusta, recupera un pallone pesante e quasi apparecchia il debutto con gol per Caturano, che in due occasioni sfiora il tris e nel recupero si vede neutralizzare da Farroni un pallone che avrebbe reso rotonda la serata. In mezzo, la sala VAR torna a lavorare due volte: un check su un contatto in area a favore del Catania, poi uno per il Siracusa. In entrambi i casi la decisione resta quella presa in campo: niente rigore. È il modo migliore per evitare che un derby tecnicamente pulito si avveleni nel finale.
Il Siracusa ha l’orgoglio di non uscire dalla partita prima del tempo. Frisenna sostituisce Gudelevicius per dare ossigeno alla mediana, Capanni entra al posto di Molina costretto a fermarsi per un problema fisico. Gli aretusei tengono la palla per lunghi tratti, ma senza quella profondità verticale che può far male a un 3–4–2–1 ordinato. Dini è attento quando deve esserlo, la difesa non concede varchi centrali e, quando il pallone scappa sulle fasce, le diagonali sono puntuali. A ridosso del novantesimo, dentro Allegretto e D’Ausilio per Cicerelli e Donnarumma, Toscano abbassa il centro di gravità e accompagna la serata fino al triplice fischio. C’è ancora il tempo per un’ultima volata in cui Caturano accarezza l’idea del 3–0, ma Puzone legge la linea di corsa e gli sporca il pallone quel tanto che basta. Sette minuti di recupero, molti respiri e nessun brivido vero: finisce 2–0.
Dentro la fotografia del derby si leggono alcuni indizi utili per la strada che viene. Il Catania vince perché difende in avanti, perché riconosce il momento in cui la partita gli chiede di abbassare il ritmo, perché trasforma la superiorità di struttura in occasioni senza disperderle in frenesia. Vince anche perché i suoi uomini simbolo recitano con la voce giusta: Di Tacchio è la cerniera che intercetta e riparte; Cicerelli è il catalizzatore che dà senso ai possessi; Casasola è la spinta verticale che risolve le uscite difficili; Ierardi, oltre a lavorare sul suo, aggiunge un gol che pesa. Non tutto è levigato, e Toscano lo sa. L’inizio della ripresa resta un punto di attenzione: la squadra ha concesso metri e inerzia, come se fosse necessario un promemoria per riaccendere la contestazione sulla palla. È un tema di concentrazione e di gestione del primo quarto d’ora post-intervallo, quel segmento del calcio moderno in cui spesso si decidono le gare.
Il Siracusa perde e non trova alibi, ma esce con qualche traccia su cui lavorare. La fase difensiva, a parte i due episodi che decidono il tabellino, tiene la linea di galleggiamento; Farroni si conferma portiere di affidamento; la squadra non rinuncia a cercare l’azione quando potrebbe rifugiarsi nel pallone lungo. È un cantiere aperto e lo si sapeva: per una neopromossa, l’impatto con la categoria si paga in attenzione ai dettagli, qualità nelle seconde palle, lucidità nell’ultimo passaggio. Turati ha cambi in panchina che possono aggiungere velocità e malizia; servirà però, soprattutto, un lavoro nella rifinitura per dare a Contini più di una palla giocabile a partita.
L’ultima immagine è quella del Massimino che accompagna i suoi in piedi, senza esagerazioni, con la misura di chi riconosce una prestazione seria e si prende il gusto di un derby vinto senza conti in sospeso. Per il Catania non è soltanto un successo all’interno di un calendario lungo; è un tassello di identità, un fotogramma che può fare da riferimento quando la stagione chiederà continuità e freddezza. Toscano incassa una risposta che cercava: compattezza, partecipazione, coralità. La classifica — al netto dei numeri assoluti che cambiano settimana dopo settimana — è un effetto collaterale; la sostanza è nella sensazione, finalmente, di una squadra che ha imparato a governare il proprio tempo. In un campionato come la Serie C, dove i margini sono stretti e gli episodi contano, non è poco. È la differenza tra tornare a vincere e limitarsi a sperarlo. E stasera, con Lunetta e Ierardi a mettere la firma, la differenza si è vista.



