Arco ha rimesso l’arrampicata italiana al centro della scena nel modo più luminoso: inaugurando il nuovo Centro Tecnico Federale e, nello stesso abbraccio di pubblico e montagne, assegnando i titoli tricolori di Speed e Lead 2025. Sotto la parete che dal 1989 è diventata Climbing Stadium e oggi si presenta in veste rinnovata, con la presenza del presidente FASI Davide Battistella e dell’intero Consiglio, della presidente del CONI Trento Paola Mora, del vicesindaco Marco Piantoni e dell’ex sindaco Alessandro Betta, l’Italia ha celebrato una due giorni che ha unito storia, visione e sport di altissimo livello. Il taglio del nastro non è stato un rito: è stato un segnale. Questo luogo diventerà la casa della Nazionale, e l’inaugurazione è coincisa con finali che hanno alzato l’asticella tecnica ed emotiva.
Nella velocità sono usciti campioni nuovi e conferme che pesano. Beatrice Colli, punta di diamante azzurra, olimpionica a Parigi, finalista mondiale a Seul e primatista italiana, si è presa il quarto titolo nazionale con un gesto di pulizia e potenza: 7”06 in finale, mentre la rivale Sara Strocchi, arrivata all’atto conclusivo con un percorso brillante dopo il 7”30 delle qualifiche, ha commesso un errore fatale ed è caduta. Giulia Randi, che in qualifica aveva messo in riga quasi tutte con 7”13, ha pagato due sbavature di troppo tra semifinale e “small final” e ha lasciato il bronzo ad Alice Marcelli, precisa nel momento che valeva il podio. Colli, che un anno fa usciva da un intervento e da mesi complicati, ha letto la propria vittoria come un punto di ripartenza: “È un obiettivo grande di questa stagione e il segnale che il lavoro mi ha restituita al mio livello. Posso tornare a correre e saltare come serve nella Speed: voglio arrivare a Los Angeles da protagonista, questo è un gradino sulla scala”, ha detto con quell’energia che la contraddistingue.
Il tabellone maschile ha consegnato all’Italia la prima corona di Luca Robbiati, preceduta da un cammino che ne ha scolpito il carattere. Già leader in qualifica in 5”13, davanti ad Alessandro Boulos (5”14) e al campione del mondo 2023 Matteo Zurloni (5”15), Robbiati ha stretto la corda quando contava: 5”05 in finale proprio contro Zurloni, amico e avversario in Nazionale. Prima, nella sfida per il bronzo, Marco Rontini aveva messo la freccia su Francesco Ponzinibio con un 5”47 che gli è valso anche un personale limato di due decimi, segno di una crescita che la direzione tecnica ha salutato con soddisfazione. “Vincere qui ad Arco, nel giorno in cui si apre la nostra casa, è un’emozione enorme. È la risposta a dubbi e fatiche: adesso punto a consolidarmi in Coppa del Mondo e a costruire il sogno Los Angeles 2028”, ha raccontato Robbiati. Il vice direttore tecnico della Speed, Aldo Reggi, ha sintetizzato il senso di questo campionato con parole che suonano come una promessa: ottimi tempi, sorpresa positiva in campo maschile, Colli di nuovo riferimento al femminile, e un livello complessivo “fra i più belli degli ultimi anni”.
Se la Speed ha accolto chi arrivava lanciato e chi ha trovato il colpo della vita, la Lead ha messo in scena la qualità, la tenuta e l’arte di leggere vie complesse. Il disegno dei tracciati ha selezionato, già in qualifica, con filtri severi e scelte di movimento che hanno imposto lucidità e forza. Tra gli uomini il primo segnale l’ha mandato Stefano Ghisolfi, davanti a Filip Schenk e a Giovanni Placci, tutti Fiamme Oro, mentre tra le donne Laura Rogora ha fatto subito vuoto con due top, alle sue spalle Martina De Preto e Claudia Ghisolfi. Semifinali durissime hanno sgranato il gruppo: Placci si è preso la pole in 42+, Schenk lo ha seguito a un soffio con 42, Marcello Bombardi ha messo il nome sul terzo tempo con 37+. In campo femminile Rogora ha ribadito il suo dominio con un altro top, con Savina Nicelli in 48+ e Leonie Hofer in 45+ a completare una rosa di finaliste degna del palco.
La finale ha avuto lo spessore delle giornate che restano. Filip Schenk ha scalato con la precisione che ne ha fatto, quest’anno, uno dei volti internazionali più costanti, e si è guadagnato il secondo titolo italiano in Lead raggiungendo il top tra le ovazioni del pubblico. Placci ha condotto una prova brillante e aggressiva, si è fermato alla presa 47+ e ha preso l’argento, mentre il bronzo è finito sulle spalle di Riccardo Vicentini, che con grinta e misura ha costruito un terzo posto dal peso specifico notevole. Schenk ha messo la ciliegina su una stagione già nobilitata dal bronzo in Coppa del Mondo a Chamonix: “Forse è andata anche meglio di quanto immaginassi a inizio anno. Chiudere qui, in casa della nostra storia, è speciale. Ora concentro tutto sulla prossima stagione Lead, con gli Europei all’orizzonte e la traiettoria che punta a Los Angeles 2028”.
In parallelo, Laura Rogora ha completato la sua opera con la naturalezza dei grandi: top anche in finale, percorso netto in tutte le fasi e ottavo titolo italiano Lead in bacheca. Dietro di lei un’ottima Claudia Ghisolfi, salita con eleganza fino alla presa 33, e una bella battaglia per il bronzo vinta dalla giovanissima Sofia Brenna, campionessa italiana U17, che si è presa il podio con personalità da veterana. Per Rogora questo tricolore è il sigillo su una stagione che resterà come la migliore di Coppa del Mondo della sua carriera, conclusa al terzo posto del ranking generale, impreziosita dal titolo europeo e da un exploit in falesia — un 8c+ a vista — che racconta il suo orizzonte senza recinti. “Mi è rimasto un po’ di amaro per il Mondiale, so che potevo fare qualcosa in più. Ma è stato un anno pieno. Ora un mese di roccia, poi si riparte: l’obiettivo è l’Olimpiade, provarci davvero e arrivare a Los Angeles con una chance concreta”.
Arco ha fatto il resto. Cinquemila occhi per volta, un brusio che si è fatto coro quando il tabellone segnava “top”, un Centro Tecnico che non è solo architettura ma un’idea di futuro, di metodo, di appartenenza. I doppi in Speed decisi al millesimo, i traversi esasperanti in Lead risolti con un “no-foot” coraggioso o un bloccaggio al limite, gli applausi per chi è caduto dopo aver provato il movimento giusto: tutte tessere di un mosaico che dice che l’arrampicata italiana non è più una promessa, è una comunità in crescita che ha trovato casa. Anche per questo la riga con cui si chiude la due giorni è un arrivederci che sa di programma: qui la Nazionale tornerà ad allenarsi sempre più spesso, qui le nuove generazioni incroceranno i loro idoli, qui si continuerà a disegnare vie che obbligano a pensare e a credere. Nel frattempo restano i quattro nomi che si sono presi il tricolore. Robbiati e Colli, velocità e sorriso largo, Rogora e Schenk, precisione e costanza. È una foto in cui l’Italia può specchiarsi. E, finalmente, riconoscersi.



