Il primo scivolone dell’Athletic Palermo in campionato arriva al “Salmeri” e porta la firma di un Milazzo più feroce, più verticale, più pronto a colpire quando la partita si è messa su binari nervosi. Finisce 2–1 per i rossoblù, trascinati dalla doppietta di La Spada nel primo tempo, mentre ai nerorosa non basta il rigore di Maurino a riaprire una gara che la squadra di Ferraro aveva iniziato in apnea e concluso all’assalto. In classifica l’Athletic resta a quota 9, nel gruppone al quarto posto e a tre lunghezze dalla vetta; il Milazzo aggancia proprio i palermitani e certifica, davanti al suo pubblico, un avvio solido e coraggioso.
La fotografia del pomeriggio è dentro i primi 45 minuti. Il Milazzo entra in campo con l’aria di chi ha chiaro il piano partita: aggressione feroce sulla prima costruzione avversaria, ritmi alti sulle seconde palle, scelta di campo a destra per forzare l’uno contro uno e mettere pressione sui corridoi laterali. Dopo due avvisaglie, al 9’ la gara si spacca: La Spada vede il portiere fuori dai pali e lo punisce con una conclusione secca dalla distanza che si infila sotto la traversa. È un colpo che vale più di un gol: scioglie i rossoblù, irrigidisce l’Athletic, sposta l’inerzia. I padroni di casa restano corti tra i reparti, accompagnano con le mezzali e, ogni volta che riconquistano palla, cercano verticalità senza fronzoli. La squadra di Ferraro, al contrario, fatica a uscire dalla pressione: il primo passaggio è sporco, le linee di gioco verso i trequartisti restano intasate, gli attaccanti ricevono spalle alla porta e lontano dall’area.
Il secondo strappo arriva al 33’ ed è ancora La Spada a scrivere la storia: mischia dopo un’incursione di Giunta, pallone vagante in area e zampata dell’attaccante che ribadisce in rete con tempismo da predatore. Doppietta e “Salmeri” in ebollizione, tre gol in campionato per lui e un primo tempo che l’Athletic chiude in salita, con poche linee pulite e un paio di conclusioni da fuori che non bastano a mettere paura a Mileto. L’episodio dice molto: quando i padroni di casa hanno attaccato l’area con più uomini, la difesa nerorosa ha concesso metri e secondi di troppo. Ed è in quei dettagli che partite così si allargano.
La ripresa cambia tono e ritmo. L’Athletic alza il baricentro, accorcia le distanze tra i reparti, mette sulla palla la qualità che era mancata nella prima mezz’ora e, soprattutto, porta più uomini nei sedici metri. La partita si riapre al 58’ su un rigore che Maurino trasforma con freddezza dopo un contatto in area su Varela: esecuzione angolata, portiere da una parte e pallone dall’altra. Da quel momento il canovaccio è chiaro: Milazzo che si compatta, sceglie con lucidità quando abbassarsi e quando ripartire, Athletic che spinge e prova a sfondare alternando corridoi esterni e imbucate centrali.
Nel mezzo ci sono almeno tre episodi che danno spessore al pomeriggio. Il primo è la gestione emotiva del Milazzo, che regge la spinta palermitana senza spaccarsi: Catalano rinfresca con Di Piedi e Franchina, poi inserisce forze nuove sugli esterni per tenere alto il livello di corsa e concentrazione. Il secondo è la crescita atletica dell’Athletic, che trova continuità sulle palle inattive e, su una punizione di Bollino nel finale, vede il 2–2 stampato sulla traversa: un legno che rimbomba e lascia il rammarico di un’occasione enorme. Il terzo è la nervosità che monta negli ultimi minuti, con una rissa tra panchine e due espulsi che allungano di otto minuti il recupero e trasformano la partita in una serie di onde. L’arbitro Zini rimette ordine, il Milazzo stringe i denti, Mileto fa il resto nelle uscite alte e sul diagonale basso che poteva cambiare la storia.
Dentro il risultato c’è molto di ciò che separa una squadra che sente addosso la partita da una che la insegue. Il Milazzo ha vinto i duelli chiave nei primi 25 minuti, ha trasformato due palloni “sporchi” in due gol puliti e, quando l’incedere è diventato complicato, non ha rinunciato all’idea di colpire ancora in transizione. L’Athletic, invece, ha pagato l’ingresso lento e la fatica a trovare uomini tra le linee quando il match era ancora in equilibrio; poi ha avuto la forza — e non è banale — di mettere in un tempo solo intensità, idee e coraggio sufficienti per costruire una rimonta che è mancata di un soffio. È una sconfitta che fa male perché spezza l’imbattibilità e arriva contro una diretta concorrente che in Coppa Italia aveva già fatto male; ma resta, dentro, l’indizio di una squadra viva, capace di palleggiare e di andare forte quando c’è da riempire l’area.
C’è spazio anche per i volti. La Spada prende con decisione il titolo di uomo-partita: due gol da attaccante “di provincia” nel senso più nobile del termine, opportunista sul secondo, geniale nel primo. La sua partita illumina la presa sul campionato di un Milazzo che si scopre cinico e organizzato. Dall’altra parte, oltre al rigore di Maurino, restano le iniziative di Bollino, il lavoro oscuro di chi ha provato a cucire tra mediana e attacco, la generosità di un gruppo che nel finale ci ha creduto fino all’ultimo pallone. Il calcio, però, resta un gioco di episodi: la traversa pesa, come pesano le due o tre scelte nell’ultimo passaggio su cui l’Athletic dovrà lavorare in settimana.
Il calendario non aspetta e, se c’è una buona notizia, è proprio questa. Domenica 12 ottobre si torna al Velodromo, con l’Enna di scena a Palermo in una gara che vale doppio: per il punteggio e per il morale. Testa leggera e gambe pesanti: è la ricetta giusta dopo serate così. Il primo ko non cancella quanto di buono la squadra ha fatto nelle cinque giornate precedenti né la posizione ancora salda nella parte alta della classifica. Ma chiama un salto di qualità nell’approccio: niente regali nei primi 20 minuti, più protezione sulle seconde palle, più cattiveria nel colpire quando la partita è aperta.
Il Milazzo, che con questo successo sale a 9 punti e respira aria d’alta quota, si gode la sua giornata di gloria e la spinta di un “Salmeri” che ha capito quando accompagnare e quando trattenere il fiato. Per l’Athletic Palermo la strada resta lunga e promettente. In un girone incerto, dove un legno o un dettaglio riscrivono la classifica, tenere la barra dritta è la vera differenza. Qui sta il lavoro di Ferraro e del suo gruppo: trasformare il rammarico in metallo, la lucidità in punti. La sconfitta in Calabria non cambia l’orizzonte; lo mette semplicemente più a fuoco.



